LA STORIA IN DUECENTO PAROLE: LA MORTE DI SOCRATE
a cura del dott. Rocco Berloco
Atene 399 a.C. C’è una stanza che sembra un respiro trattenuto, e un uomo, uno solo, che cammina avanti e indietro come se misurasse il confine tra due mondi. E’ Socrate. Quello che faceva domande come altri fanno le battaglie. Lo vedi: ha le mani grandi, nodose, di chi ha passato la vita a rovesciare certezze come fossero tavoli al mercato. Fuori, Atene è una città che non sa guardarsi allo specchio. Ha paura. Paura dei giovani che pensano. Paura degli dèi che tacciono. Paura di quell’uomo che, invece di comandare, insegnava a dubitare. E allora la condanna è già una storia scritta: empietà, corruzione, parole che sembrano pietre di una casa che crolla. Dentro, in quella stanza, succede qualcosa di più strano. I discepoli tremano, c’è chi gli prospetta la fuga, ma Socrate no. Ha quella calma degli uomini che sanno già il finale. Parla dell’anima come se l’avesse vista uscire da una finestra. Sembra quasi contento: “Vedete? Non finisce qui”. Poi arriva la coppa. La prende come si prende un figlio addormentato, con una dolcezza spaventosa. E quando beve, non c’è tragedia: c’è un passaggio. Un uomo che attraversa il corridoio della storia senza abbassare gli occhi. Bevve piano. E per un attimo, un attimo solo, sembra che ad andarsene non sia lui, ma Atene. Quella che aveva smesso di ascoltare.













