LA STORIA IN DUECENTO PAROLE: PONZIO PILATO
a cura del dott. Rocco Berloco
Immaginiamo di trovarci a Gerusalemme, nell’anno 33 d.C. Si tratta di una città complessa, vibrante, al centro di tensioni politiche e religiose. In questo scenario opera Ponzio Pilato, prefetto romano della Giudea: un funzionario incaricato di mantenere l’ordine in una delle province più difficili dell’Impero. Le fonti lo descrivono come un uomo pragmatico, abituato a prendere decisioni rapide per evitare disordini. Ma il caso di Gesù di Nazareth è diverso. Pilato lo incontra nel pretorio e ne rimane colpito: non trova in lui gli elementi tipici di un sovversivo. Lo guarda come si guarda un enigma: uno che non lotta, non insulta, non implora. Uno che sembra conoscere il suo destino meglio di chi lo giudica. Pilato è in difficoltà, non sa che fare. Roma gli ha insegnato la legge, la logica, l’ordine. Ma qui non funziona niente di tutto questo: la folla è un’onda che monta, i sacerdoti lo stringono, il palazzo trema di voci. E lui si sente piccolo, quasi un ospite della sua stessa autorità. Allora prende l’acqua.
Se la versa sulle mani come fanno i poeti quando non trovano le parole. È un gesto che non assolve e non condanna: sospende. E in quella sospensione c’è tutta la sua umanità, il suo non saper essere all’altezza del ruolo che porta addosso. È per questo che Pilato ci somiglia. Perché tutti, almeno una volta, abbiamo avuto paura di scegliere quando il mondo ce lo chiedeva


