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LA STORIA IN DUECENTO PAROLE: POPPEA

a cura del dott. Rocco Berloco

I secolo d.C. Poppea arriva in scena così, come fanno le meteore: non sai se guardarle o temerle. Figlia di una famiglia che porta l’argento negli occhi e l’ambizione nelle vene, la immagini che cammina piano tra i cortili del potere, come una voce che arriva dalla porta socchiusa. Roma la guarda e tace, perché certe bellezze fanno rumore anche senza parlare. Nerone la desidera come si desidera un sogno troppo bello per durare. Ottavia, la prima moglie, resta un nome sbiadito nel vento delle rivolte, tra una falsa accusa e un ignominioso esilio, mentre Poppea diventa imperatrice con il passo lieve di chi non chiede permesso. Tra i velluti del Palatino la vedi seduta, a un passo dal trono e dall’abisso: perché a Roma l’amore è una moneta, e spesso vale meno della paura. Ma lei non è solo l’imperatrice: è l’idea di poter essere di più, anche se il prezzo è un impero scosso come una nave in tempesta. E in quella tempesta lei danza, lieve, con un sorriso che sa di sapere già il finale. E la sua fine arriva in una stanza chiusa, una notte senza versi né musiche. Una lite, dicono, ma forse più probabilmente durante il parto, perchè il destino non sopporta chi brilla troppo. Rimangono marmi che somigliano a un volto, canzoni che nessuno ha mai scritto per lei, e un nome sospeso tra colpa e tenerezza. Poppea è quella donna che non abbiamo capito, e forse non volevamo capire. Perché certe donne non finiscono: restano in sospeso, come quella canzone mai scritta, ma che continua a suonarti dentro.