DALLE APOCALISSI QUOTIDIANE AL REALISMO TERMINALE
a cura di Giuseppe Romito
Vito Davoli, Tanto vale chiamarle Apocalissi, Esercizi di realismo terminale, Tabula Fati ed. 2025
Il libro è una vera e propria analisi del presente, una visione di un’epoca con la data di scadenza. Una serie di piccoli crolli quotidiani. Le Apocalissi.
Una silloge con uno sguardo attento alla realtà dell’oggi. Realtà spezzata in cui fanno da padroni l’accatastamento, l’asfissia, l’accumulo. Una mancanza di spazi a misura di ingolfamento voluta dalle leggi di una produzione tossica che primeggia predatoria annebbiando etiche e umane lucidità in un’epoca storica in cui la cifra dell’involuzione e del disorientamento appaiono guidare transiti e inabissamenti della parola.
Eppure, è ancora la parola l’unico baluardo a poter traghettare in una nominazione che, testarda, dice mondo.
Questa opera è un’officina capace di interloquire con questi nostri giorni disincantati. Un pizzico d’ironia, come il sale sui cibi, salva felicemente dalla insipidità che ci sta braccando con tutta l’energia di una disperata cultura circense.
Guido Oldani, autore della prefazione del libro, è l’ideatore del realismo terminale, che si appalesa nel terzo millennio. Nella realtà, la natura è divenuta azionista di minoranza, azionisti di maggioranza sono gli oggetti. Si annulla la distanza fra i prodotti e l’uomo che incomincia ad assimilarli. Nasce un modo radicalmente diverso di interpretare il mondo e di rappresentarlo, anche artisticamente, a partire dalla poesia.
La Terra è in piena pandemia abitativa: il genere umano si sta ammassando in immense megalopoli, le “città continue” di calviniana memoria, contenitori post-umani, senza storia e senza volto.
La natura è stata messa ai margini, inghiottita o addomesticata. Nessuna azione ne prevede più l’esistenza. Non sappiamo più accendere un fuoco, zappare l’orto, mungere una mucca. I cibi sono in scatola, il latte in polvere, i contatti virtuali, il mondo racchiuso in un piccolo schermo. È il trionfo della vita artificiale.
Gli oggetti occupano tutto lo spazio abitabile, ci avvolgono come una camicia di forza. Essi ci sono diventati indispensabili. Senza di loro ci sentiremmo persi, non sapremmo più compiere il minimo atto. Perciò, affetti da una parossistica bulimia degli oggetti, ne facciamo incetta in maniera compulsiva. Da servi che erano, si sono trasformati nei nostri padroni; tanto che dominano anche il nostro immaginario.
L’invasione degli oggetti ha contribuito in maniera determinante a produrre l’estinzione dell’umanesimo. Ha generato dei mutamenti antropologici di portata epocale, alterando pesantemente le modalità di percezione del mondo, in quanto ogni nostra esperienza passa attraverso gli oggetti, è essenzialmente contatto con gli oggetti.
Di conseguenza, sono cambiati i nostri codici di riferimento, i parametri per la conoscenza del reale. In passato la pietra di paragone era, di norma, la natura, per cui si diceva: «ha gli occhi azzurri come il mare», «è forte come un toro», «corre come una lepre». Ora, invece, i modelli sono gli oggetti, onde «ha gli occhi di porcellana», «è forte come una ruspa scavatrice», «corre come una Ferrari». Il conio relativo è quello della “similitudine rovesciata”, mediante la quale il mondo può essere ridetto completamente daccapo.
La “similitudine rovesciata” è l’utensile per eccellenza del “realismo terminale”; il registro, la chiave di volta, è l’ironia. Ridiamo sull’orlo dell’abisso, non senza una residua speranza: che l’uomo, deriso, si ravveda. Vogliamo che, a forza di essere messo e tenuto a testa in giù, un po’ di sangue gli torni a irrorare il cervello. Perché la mente non sia solo una playstation.
E’ questo il manifesto del Realismo Terminale, “Homo faber fortunae suae” è una celebre locuzione latina, attribuita ad Appio Claudio Cieco, che significa “l’uomo è artefice della propria sorte”.


