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Oria, la città dei misteri: la Basilica, la Cripta delle Mummie e la Porta degli Ebrei

Rubrica ” I Ricercatori d’Arcadia” a cura di Maria Pia Iurlaro

Oria, un affascinante paese nel brindisino a metà strada tra Taranto e l’Adriatico, non è una meta turistica convenzionale, ma un autentico archivio capace di custodire oltre tremila anni di storia. Lontana dai circuiti del turismo di massa, la città offre un’esperienza in cui le epoche storiche si sovrappongono e camminano letteralmente al fianco del visitatore, dalla civiltà messapica fino al passaggio di normanni, svevi e alla fiorente comunità ebraica.

Il viaggio urbano inizia nel cuore della città, dominato dalla compostezza ieratica della Basilica Cattedrale di Santa Maria Assunta, un capolavoro del barocco pugliese riedificato nel Settecento su precedenti chiese volute dal principe Giovanni Antonio Orsini Del Balzo. Ma il vero segreto di questo edificio, dominato da una splendida cupola di tegole smaltate e illuminato da una calda luce laterale, si nasconde sottoterra.

Scendendo nella Cripta delle Mummie, si viene catapultati in un luogo sospeso, dove l’aria rarefatta segnala un confine valicato tra la vita e la morte. La sua origine è legata a un drammatico evento bellico: nel 1481, per rispondere ai brutali massacri compiuti dai Turchi a Otranto, il Vescovo Arenis radunò i suoi confratelli nel Castello Svevo per pronunciare un solenne giuramento di “Fede o morte”. Per onorare questi coraggiosi combattenti tornati vittoriosi, fu fondata la Confraternita della Morte e, nel 1484, fu scavata una cripta per custodirne in eterno le spoglie.

Oggi, i visitatori possono osservare in rispettoso silenzio undici mummie laiche conservate all’interno di specifiche nicchie perimetrali. I corpi di questi confratelli, che ne facevano esplicita richiesta in vita, venivano preparati con un lento e accurato processo di disidratazione e disinfezione, tramite la rimozione degli organi e l’uso di calce vergine e sale. Curiosamente, la mummificazione ad Oria andò avanti dal 1781 fino al 1856, sfidando di fatto per oltre cinquant’anni i divieti imposti dall’Editto di Saint-Cloud emanato da Napoleone nel 1804. Sul pavimento sono ancora visibili le antiche botole che fungevano da collegamento con la Torre Palomba, un antico ossario e laboratorio di imbalsamazione dove riposano persino i resti integri di un priore e di sua moglie.

Tornando alla luce del sole e muovendosi verso ovest lungo le antiche mura urbiche, si giunge a un altro varco temporale fondamentale: la maestosa Porta degli Ebrei, conosciuta anche come Porta Taranto o Porta Piazzella. Riedificata intorno al 1433 e sovrastata da una statua tardo-cinquecentesca dell’Immacolata, la porta introduce a Piazza Shabbetai Donnolo, dove un’imponente menorah in bronzo testimonia il riconoscimento storico e la profonda memoria della città verso il suo passato.

Questo monumento segna l’ingresso a ciò che resta di Santa Giudea, un intatto dedalo di vicoli medievali voluto dal principe Filippo II tra il 1329 e il 1374. Oria fu infatti uno dei cuori pulsanti dell’ebraismo nel Sud Italia, con radici storiche che risalgono addirittura al 70 d.C., in seguito alla deportazione dei prigionieri operata da Tito dopo la distruzione del Tempio di Gerusalemme. Tra il IX e l’XI secolo, questo vibrante polo culturale formò maestri illustri che, con i loro studi sulla Torah, anticiparono persino le discipline cabalistiche.

La figura più emblematica di questo periodo aureo è quella di Shabbetai Donnolo (913-985), insigne medico e filosofo rapito e fatto schiavo dai musulmani nel 925, divenuto poi, dopo il riscatto, una delle menti più brillanti e dialoganti del Medioevo. Insieme a lui nacquero figure che tramandarono leggende suggestive come quella del Golem di Oria, un fanciullo riportato in vita dai sapienti cittadini. A testimonianza tangibile dell’importanza di questa comunità, estirpata solo dalle espulsioni definitive del 1541, rimane anche una vasta necropoli ebraica identificata alla fine degli anni Settanta dal professor Cesare Colafemmina.

Visitare Oria significa varcare porte secolari e scendere in cripte silenziose, uscendone con una consapevolezza nuova. In un Mezzogiorno talvolta appiattito dalla modernità, Oria si staglia come un luogo vibrante, sfuggito alla musealizzazione forzata, che chiede al viandante di rallentare il passo per farsi ascoltare e comprendere fino in fondo.

Immagine — La Rosetta Marmorea

Quello che vedete è una rosetta intagliata in marmo chiaro su fondo scuro, inscritta in un medaglione circolare, tutto racchiuso in un arco a tutto sesto con marmo venato.

Ogni elemento parla:

Il cerchio è il simbolo dell’eternità e della perfezione divina, nessun inizio, nessuna fine.

La rosa in una chiesa dedicata allaMadonna Assuntanon è casuale: la rosa è per eccellenza il fiore di Maria. I petali richiamano i giorni della Creazione, ma anche le virtù mariane della tradizione medievale, umiltà, prudenza, fede, speranza, carità, obbedienza. Il fatto che sia chiara su sfondo scuro ribalta il tema della vanitas barocca: non il fiore che appassisce, ma la purezza che resiste al buio, la luce che emerge dalla morte, tematicamente perfetta in una basilica che custodisce mummie nel sottosuolo.

Il punto centrale, il pistillo, è il punto di origine di tutto: nell’iconografia mistica, il centro della rosa è Dio.

Immagine – L’Organo Barocco del 1775

Uno dei tre organi della basilica: quello a canne a trasmissione meccanica, datato 1775, citato espressamente nelle fonti sulla chiesa dopo i restauri del 2022.

La cassa è dipinta con un programma decorativo preciso:

I girali d’acanto che avvolgono tutta la superficie sono il motivo dominante del barocco pugliese, vita che si rigenera, spiriti che salgono, la musica stessa che si fa forma visiva.

I fiori a conchiglia al centro dei pannelli, quelle forme tondeggianti che sembrano mezze rose o valve aperte, sono un motivo rococò tipico del Settecento, che fonde il naturale e l’artificiale: la conchiglia è anche simbolo del pellegrinaggio, del battesimo, della grazia ricevuta.

Il fatto che questo linguaggio sia sulla cassa di un organo non è decorativo nel senso banale: l’organo era consideratola voce di Dionella liturgia, e rivestirlo di fiori e volute significava vestire di creato la voce del Creatore. La musica sale verso il cielo come quei girali vegetali che non si fermano mai.

Si ringrazia Michele Marzella per le foto.

La cripta